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Colle Picchioni e Paola Di Mauro: storia di una Donna del vino

In Interviste, Prodotti, Recensioni by RaffaeleLascia un commento



Colle Picchioni è un’azienda vinicola, ma è anche storia, la storia di una famiglia, la storia di una grande donna.

E’ il 14 Gennaio e nasce il quotidiano La Repubblica. Altro che scherzo quello del 1 Aprile quando Steve Jobs e Wozniac fondano Apple. Il 29 Luglio arriverà la prima donna ministro in Italia. Poi nascono gli U2, Benigni debutta in tv, ma sopratutto esce il primo episodio di Candy Candy! E’ un anno fasto, anche se la memoria guidata dall’informazione, lo riconduce subito al grigio plumbeo che darà il nome a quegli anni, di piombo appunto.

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Foto d’epoca con un irriconoscibile Steve Jobs sulla sinistra, insieme a Stephen Gary Wozniack, fondatori di Apple

In realtà, come i dati dimostrano, è anche un anno ricco di fermento alternativo. E’ il 1976 e Paola Di Mauro decide che non c’è più tempo per altre attività. Mi racconta Valerio, figlio di Armando e nipote di Paola, che sino a quel momento era la ferramenta l’attività principale della nonna enoica; poi la viticoltura non ha lasciato nessuna energia da elargire ad altro. È così che nasce quella che potremmo definire una delle aziende più rappresentative dei vini di qualità del Lazio: Colle Picchioni. L’Azienda venne acquistata a fine anni ’60, anni lontani dal coinvolgimento modaiolo del vino di oggi, che vede spuntare produttori come funghi e grandi aziende invadere territori inadatti alla viticoltura. L’acquisto fotografa in maniera indelebile Paola Di Mauro come pioniera femminile in un mondo del vino fino ad allora maschile in maniera totalitaria. Colle Picchioni nasce a Frottecchie, piccola località nelle vicinanze del Lago di Albano (Marino), su un territorio di alta stesura vocativa a matrice vulcanica e humus.

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Paola Di Mauro, pioniera femminile nel mondo del vino laziale e italiano.

Colle Picchioni e Paola Di Mauro. Storia di una Donna del vino

Dopo pochi anni inizia ad imbottigliare il suo Marino Doc, scegliendo un vetro trasparente per le sue bottiglie; così i clienti possono vedere immediatamente il colore dorato e cristallino del prodotto e percepire già da lì, a bottiglia ancora sullo scaffale, che quel vino è diverso dai suoi coetanei che hanno subito un vero e proprio smembramento che li ha resi, già dalla fase visiva, più simili all’acqua che non al privilegiato liquido. L’azienda inizia ad estendersi con nuovi ettari, ma mantenendo intatta la territorialità dei suoi prodotti. “Quattro quelli di proprietà che con gli affitti arrivano a 18“, mi dice Valerio, che mi racconta anche della filosofia agricola tutta rivolta al biologico integrato, anche se non certificato: “E poi non sono un grande fan delle certificazioni, che troppo spesso lasciano il tempo che trovano. Ritengo che se un’azienda si impegna e mette il proprio nome e la propria faccia, non esiste “certificazione” migliore”. Da queste terre derivano circa 100.000 bottiglie l’anno.

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Il Lago di Albano, perno fondamentale di un territorio vinicolo storicamente vocato come i Castelli Romani.

Valerio racconta l’importanza che ha avuto come enologo il contributo di Giorgio Grai prima, e Riccardo Cotarella poi, come amichevole consulenza esterna. Ma i nomi altisonanti sembrano attratti da questa realtà vitivinicola, per la quale riserveranno sempre indicazioni auliche; tra questi Daniele Cernilli e il grande Gino Veronelli. Sarà così che la fama di Colle Picchioni solcherà i mari per trovare il dovuto riscontro -come sempre accade per il miglior made in Italy- in territori stranieri. I premi arrivano da tutte le riviste del settore: dai riconoscimenti sul New York Times, al tanto voluto, quanto agognato, premio del Gambero Rosso con i suoi tre bicchieri, a suggellare la bontà del Vigna Vassallo annata 1985. Siamo nel 1988 e si rompe così un’altra linea guida che vede la zona dei Castelli Romani atta ad esaltare solo bianchi di qualità .Tra i suoi estimatori Colle Picchioni potrà vantare Giovanni Paolo II, Ronald Regan e la Regina Elisabetta. Ma Paola di Mauro non sembra accontentarsi dell’alto lignaggio raggiunto dai suoi vini e si svela anche come cuoca, pubblicando il libro “Le mie ricette. La cucina di una storica donna del vino“, edito dal Gambero Rosso.

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Veduta dei vigneti di Colle Picchioni.

Il carattere dei suoi vini è autentico, lontano dalle morbidezze ostentate dei classici bordolesi de noartri, spesso vestiti in un barocco stucchevole che qui non trova spazio; essenziali e sostanziali, questi vini ricordano i cugini d’Oltralpe – mi perdonino gli esperti -, probabile rimembranza che riconduce alla selezione del terroir da parte della precedente proprietaria, francese appunto, che cedette alla signora Di Mauro. Insomma vini nobili quelli di Colle Picchioni. Insomma, le peggiori depravazioni eretiche per i Torquemada del vino come me, che da sempre vedono nei premi, nella barrique e nell’internazionale il più grande incentivo all’accensione dei falò. E invece Le Vignole è irresistibile: non c’è traccia di ombratura da parte del legno, che invece tempera l’entrata, donando ancor più slancio alla freschezza. E l’apostasia dei concetti, fino a questo momento ritenuti inamovibili, è per me inevitabile.

Colle Picchioni

Le Vignole, produzione di eccellenza di Colle Picchioni

Il Vassallo probabilmente è il vino più importante dell’azienda e anche qui i grappoli sono 5. Nato dal taglio bordolese di Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, è in grado di elargire uno spettro olfattivo verticale, orientaleggiante, pur mantenendo un impatto immediato: tabacco, more, mirtilli, conserva di pomodoro si succedono con nitidezza, sino ad arrivare ad evocare note sotterranee di sandalo, curcuma e cannella. L’assaggio esalta le aspettative in bocca, meritevole l’equilibrio tannico, la tattilità vellutata e la freschezza balsamica delle erbe officinali, che riconducono alla beva in maniera magistrale. Colle Picchioni è in grado di far puntare le luci su quel Lazio del vino riposto e ancora oggi ascoso che, scomodando Torquato Tasso, “speriamo prenda ad arte”. Paola di Mauro ci ha lasciati il 12 Ottobre del 2015 all’età di 91 anni, ma io sento di poter dire che abbiamo ancora la possibilità di ritrovarla attraverso i suoi vini, veicolo designato della trasmigrazione di una memoria tangibile.

Colle Picchioni

Il Vassallo 2009, punta di diamante nella produzione di Colle Picchioni.

Ma in chiusura non posso non trascrivere la risposta di Valerio Di Mauro alla mia domanda su cosa significhi per lui fare vino, sperando che questa possa essere monito per molti giovani produttori di questa regione: “Per me il vino è cultura, è arte, è tradizione ed innovazione insieme. Ed il lavoro che facciamo, quando da un terreno tiriamo fuori una bella bottiglia, è lasciare un segno, una piccola impronta del nostro passaggio. L’insieme di tutte queste orme lasciate sul terreno mostrano il cammino che abbiamo percorso nel tempo. Colle Picchioni non ha una storia centenaria come tante altre aziende, ma se mi volto indietro posso distinguere chiaramente come ogni piccolo passo fatto in passato sia stato lo stimolo per quello successivo, così come i passi di oggi lo saranno per quelli di domani. Per me quindi fare il vino significa lasciare un’eredità culturale a chi verrà dopo di me, in modo tale che un giorno si potrà voltare e, ripercorrendo il cammino, sapere sempre dove si trova e perché si trova li.

di Raffaele Marini

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Colle Picchioni e Paola Di Mauro: storia di una Donna del vino ultima modifica: 2015-12-11T11:24:24+00:00 da Raffaele
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Raffaele Marini è nato nel 1976 e dopo un lungo affinamento in bottiglia esce raccontando di vino, organizzando degustazioni e guidando corsi di formazione sul vino. Collabora con aziende vitivinicole di alto livello per la commercializzazione sul mercato nazionale e su quello internazionale. Si occupa di consulenze per la realizzazione delle carte dei vini per ristoranti e operatori del settore. Scrive di vino; ama i vini che siano naturali (ben “avvenuti”), ma anche gli altri; di certo non ama gli industriali (e non solo per ciò che concerne i vini).
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